Maha Shivratri

 

Shivratri è la notte di Shiva, la notte in cui a migliaia cantano e ballano senza sosta come tarantolati, notte interminabile che vede due albe e un tramonto.

Cominciano ad arrivare all’alba e piano il tempio pullula di brahmini giovanissimi con le loro vesti bianche e i capelli raccolti nello chignon. Pellegrini giunti da ogni parte dell’India, con le loro mani giunte a scodella, brandiscono manciate di riso, caschi di banane, ghirlande di fiori, noci di cocco e sventolano banconote al cielo. Tutto questo via vai assomiglia più a una fiera di paese che a un tempio. Per tutto il giorno la folla rumoreggia, ride, chiacchiera, prega animatamente.

 

 

In India la religione è parte della vita di tutti i giorni. Pregare non è molto diverso da mangiare, lavorare, dormire: è puro istinto primordiale.

Gli uomini dell’India antica-moderna con i limpidi kurta pijama bivaccano per ore meditando. Il sole disegna lento il suo arco nel cielo. Luminosissimi saree avvolgono fianchi di donne dalle lunghe capigliature, ingioiellate, con la riga ben disegnata, che cingono amorevolmente tra le braccia di madonne, bambini appena addormentati. Campane risuonano: è il momento.

 

 

“Om Namah Shivaya” è il mantra di Shiva ripetuto all’infinito. La moltitudine si sposta tutta insieme verso il santa santorum, travolgendo la mia instabilità di occidentale (sia fisica in quanto al centro di una bolgia che si muove insieme e io non so andare al passo, che spirituale in quanto incapace di nutrirmi di qualcosa che non capisco davvero fino in fondo). Mi travolgono, mi spintonano e mi invitano a seguire la corrente. Quasi ordinatamente, con grazia, mi sommergono fino a farmi scomparire, obbligandomi a essere parte della folla che si muove a mani giunte, dentro alla stessa nenia, figlia dello stesso rito. Ci provo anch’io. Ci riesco. Cammino con gli indiani in un tripudio di sorrisi, corpi sudati appiccicati a corpi sudati e mi unisco agli inni anche se non so cosa sto cantando.

 

 

“Om Namah Shivaya”. Un piccolissimo lingam di cristallo, alto non più di sei centimetri è l’oggetto sacro della venerazione. Un sacerdote se ne prende cura come fosse un bambino, così fece suo padre e il padre di suo padre. Lo alza al cielo, lo lava con latte e yogurt, lo nutre di dolci e riso, lo alza al cielo di nuovo. Piccolo amuleto che smuove masse di fedeli, gambe di un popolo intero. “Om Namah Shivaya”.

L’ombra della sera scende a Chidambaram e dopo aver ricevuto la benedizione del sacro lingam, tutti riprendono a fare ciò che facevano prima: mangiano, pregano, chiacchierano, cantano, dormono, giocano a carte, fanno mercato...

 

Il tempio è la somma di tutte le vite e tutte le vite sono parte del tempio. Il tempio è un’esperienza quotidiana totale che segna l’appartenenza a un mondo, quello indiano, e certifica l’esistenza.

Il sole è appena tramontato… entrano in fila indiana le devadasi (ballerine del tempio), sale la musica del tamburo, i musici gonfiano le guance sulle trombe. Nella notte di Shiva si muovono sinuose figure a onorare la sua danza: quella che tutto crea, quella che tutto distrugge.

 

“Om Namah Shivaya”. Canteranno tutta la notte fino al mattino. È la notte di Shiv Ratri e sembra la Notte della Taranta!

 

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