LADAKH: A UN PASSO DAL CIELO

 

Atterrare a Leh, in Ladakh, a 3500 metri di altitudine, vale già tutto il viaggio.

Dopo un’ora buona sospesi sopra le nuvole, l’aereo si abbassa fino a sfiorare le punte delle montagne. A un passo dal cielo le alte vette di oltre 7000 metri offrono uno spettacolo di formidabile solennità: infinite valli di pietra su cui svettano cime innevate; piccole oasi verde basilico punteggiano le rocce del deserto d’alta quota; fiumi imponenti s’insinuano tra canyon e laghi turchesi; strade sinuose scalano i più alti passi carrozzabili del mondo (oltre i 5600 metri!), monasteri buddisti arroccati nei luoghi più impervi dove i monaci si sfidano a colpi di mantra: vibrazioni che accarezzano il cuore, sillabario incomprensibile che si ripete da 2000 anni.

 

L’aereo si abbassa e con un’ampia virata entra nella Valle dell’Indo; scende dolcemente, scoperchia il tetto del monastero di Spitok nei pressi dell’aeroporto di Leh e, con una manovra di atterraggio a vista, poggia le ruote sull’asfalto bollente in un dolce tentativo di carezza. La corsa rallenta, il cuore accelera, l’emozione è forte: siamo in Ladakh!

 

Himalaya, dimora delle nevi, luogo mitico degli Dei, il cui solo nome suggerisce devozione, sacralità e sfida. Il Piccolo Tibet indiano custodisce i più importanti tesori dell’arte buddista himalayana: è qui che si è diffusa la dottrina del Buddha, “colui che è risvegliato”, ed è qui che hanno trovato dimora i lama che seguono la filosofia per raggiungere il Nirvana, la liberazione dall’illusione del mondo materiale e l’innalzamento dello spirito. Viaggiare in Ladakh vuol dire perdersi tra valli isolate ed entrare in contatto con silenzi assordanti per quanto immensi, silenzi in grado di metterci in contatto con mondi interiori sconosciuti.

 

Il Ladakh è anche terra di contrasti dolci e feroci. Prima una bufera di neve a 5600 metri, poi una tempesta di sabbia nel deserto di Nubra, con i dromedari che scappano tra le dune e i monaci che corrono a ripararsi nel tempio, avvolti dentro a pesanti mantelli amaranto. Qui il mondo cambia nell’arco di tre ore: estremi che si toccano, scintillano ed esaltano il cuore.

Il fiume Shyjok, acqua di cristallo, si mangia la montagna; il cielo azzurro infinito è recintato da montagne austere di roccia bruna; ghiacciai luminosi nelle sei del mattino illuminano la valle; bandierine di preghiera volano nel vento; passa una corriera stracolma con destinazione chissaddove, arriva passa e scompare all’orizzonte. Resta solo il silenzio d’alta quota che è silenzio assoluto, fatto a posta per cercare, con la meditazione, l’incontro con il Divino e per ascoltarne la sua voce.

 

Nel tempo immutato di questa terra immutata siamo come astronauti sparati nella macchina del tempo. Saliamo al monastero di Insa che è ancora ora del caffè. Il sole già brucia violento e il blu senza nuvole si staglia per 360 gradi; davanti a me un anfiteatro di montagne spettacolari. Più in basso, laggiù nel villaggio di poche case, ascolto i canti di bambini in riga nel pizzale della scuola, con la camicia stirata, la riga di lato, il quaderno nuovo e l’inno nazionale imparato a memoria. Anche qui è l’orgoglio dell’India che li porta. Cantano, ridono, si divertono e diventano grandi.

A Insa imparo il canto dei monaci e mi lascio ammaliare dal trionfo di questa luce come se la vedessi per la prima volta tanto è frizzante, pura, limpida, accecante. L’azzurro di questo cielo è come quello dei fumetti, la luce meravigliosa ravviva i colori e s’infila in ogni angolo del giorno, esplode dentro all’iride e reclama un posto d’onore nell’armadio dei ricordi: perché la luce del Ladakh non te la scordi più!

 

Il tempo piano se ne va, la notte ruba il giorno alle montagne, s’intrufola nelle case, segue i contadini che rientrano dai campi, sorprende le donne sugli usci, concede ai ragazzi un ultimo colpo di cricket. Piccole luci si accendono, il silenzio impera nell’ora del “tutti insieme”. Farina d’orzo, tsampa e chai mi accompagnano mentre cerco di dare nome alle prime stelle che sbocciano. E tutto è così vivo e semplicemente…naturale: qui, in Ladakh, a un passo dal cielo!