In viaggio con i Rabari

 

1° giorno con i Rabari

Le quattro del mattino. Le prime luci dell’aurora mettono in agitazione gli animali e il villaggio presso cui siamo accampati. Partiamo! Salgo su un carretto trainato da un cammello, mi siedo accanto a un ragazzino e mi lascio andare nel dondolio della mia carrozza. Non so quanti chilometri percorreremo oggi, venti, trenta o quaranta, non fa differenza; non c’è tempo durante il Dang (la migrazione) se non quello scandito dal sole che si alza e tramonta e non bisogna fare altro che andare, andare dietro andare…

 

Il muro della lingua è insormontabile: non capisco una parola di quello che dicono, cerco di seguire i gesti di Sarood, le sue smorfie, il sorriso di Chandra che mi guarda e canta in continuazione. Se non posso parlare cercherò di sviluppare un codice di segni preciso.

Passano le ore. Scendo dal carro e proseguo a piedi per qualche chilometro cercando di avvicinarmi all’inviolabile silenzio di Sarood. Niente da fare. Un capo non dà confidenza.

Ci fermiamo per rifornirci d’acqua e dopo un po’ di esitazione un ragazzo del gruppo mi porge una bottiglia facendomi segno con le dita che “è ok”. Bevo mezza bottiglia. Risalgo sul carro e mi addormento tra le pagine del libro. Quando rinvengo è il tramonto. Ci siamo accampati. Accanto ai tre carri disposti a ferro di cavallo sono stati accesi piccoli fuochi, le donne cucinano, gli uomini mettono a punto gli ultimi preparativi per la notte, le bestie vengono stipate tra un muretto a secco e una barriera di cespugli e rovi spinosi. Il tempo vola via veloce. Mi accovaccio nella mia coperta…

 

2° giorno con i Rabari

La sveglia è un cane stonato che urla contro al freddo del mattino. Ho l’impressione che i giorni si susseguiranno tutti uguali. Cerco di inanellare sensazioni, emozioni, sguardi; metto in fila comportamenti, rituali e gesti. Ordino nella mente e sulla Moleskine N°2, impressioni di un viaggio tanto inatteso quanto emozionante.

L’India è così: mentre cerchi e non trovi quello che cerchi, ti imbatti in qualcosa che ti porta a cercare qualcos’altro che magari trovi.

Nel gruppo ci sono cinque donne oltre alla moglie di Sarood: mi avvicino curioso, faccio domande incomprensibili, ridono divertite coprendosi il viso. Scrivo il mio nome sulla sabbia. Non sanno leggere ma capiscono. Ripetono il mio nome e imparo i loro: Ratti, Bhegun, Jaivi, Ina. Gli uomini fumano e bevono chai, ridono e scuotono il capo. Canticchiano canzoni dalla melodia zuccherosa. Aziono il registratore e spengo il cervello. La Luna è alta e illumina tutto a giorno.

 

3° giorno con i Rabari

È giorno. Provo a parlare con Chandra, il ragazzetto che canta tutto il giorno, in quelle poche parole di hindi che conosco. È andato a scuola per tre anni e adesso accudisce gli animali con il padre. Ha dodici anni, due fratelli più grandi e tre più piccoli, e sa un sacco di cose sui Rabari: i nonni dei suoi nonni vivevano in Rajasthan, poi sono venuti a vivere qui nel Rann ma questo è successo un sacco di tempo fa. Una donna nel suo vestivo colmo di specchi e ricami, con una montagna di braccialetti di argento e di cavigliere tintinnanti ci chiama per il chai. Lentamente vola via anche questa giornata, fatta di chilometri senza conto, due villaggi lasciati alle spalle e un pozzo in mezzo al niente. Capre che brucano l’erba, contrattazioni con i contadini per attraversare i campi sono i pensieri che mi portano il sonno.

 

4° giorno con i Rabari

Il chai bollente del mattino mi da una scossa elettrica.

Siamo in viaggio da ore. Dieci, forse venti chilometri. Per tutta la giornata ho corso dietro alle capre. Adesso capisco perché si dice “sei proprio una capra”. Vanno di qua e di là senza logica e devi star sempre pronto ad addrizzare la rotta con richiami, urla e bastonate.

Il sole mi ha cotto le braccia durante il duro lavoro. È sera, sono già quattro giorni con la carovana dei Rabari. Sarood mi rivolge la parola: “vai iù ir?”. Non capisco. Sarood ripete: “vai iù ir?”. Ripeto insieme a lui: “vai iù ir?” Ci sono: “why you here”.

Faccio un salto sulla coperta: Sarood parla inglese; non proprio inglese, una specie di inglese. Mi si apre davanti un nuovo mondo! Posso comunicare, posso chiedere, posso rompere il muro di diffidenza che c’è fra me e lui.

A gesti e con poche parole racconto del mio viaggio, spiego che sono nomade anch’io ma in un altro modo. Non so se Sarood capisce quel che dico. Anzi, sono certo che non capisce. Ma è una conversazione bellissima perché lui ciondola la testa a destra e sinistra e mi dice di si. Io sorrido e mi convinco che ha capito.

 

5° giorno con i Rabari

…mi sveglio e mi ritrovo nella stessa posizione in cui mi ero lasciato. Tutti attorno a me sono già al lavoro. La carovana sta per mettersi in marcia. Raccolgo le mie poche cose e salto sul carro di Chandra che mi offre il suo chai. Mi avrebbero lasciato li?

Tutt’attorno è un susseguirsi di campi, di donne in saree colorati che lavorano e di bambini che giocano. Quando passa la nostra carovana gli uomini si scambiano battute: da dove venite? Da quanti mesi siete lontani da casa? Avete abbastanza acqua? Dov’è il pozzo più vicino? Domande che immagino: risposte che non so dare. Continuiamo a macinare chilometri.

Al tramonto alcune donne portano sulla testa piccole fascine di legna per accendere il fuoco della sera, altre riempiono le giare di metallo al lago dove ci siamo accampati. Un lago! Oggi è festa: tutti saltano nell’acqua del lago per togliersi di dosso stanchezza, sabbia e odori diabolici.

Come ogni sera ogni famiglia ripone gli oggetti, le selle dei cammelli, il cibo, e gli utensili sotto alle tende (due o tre per famiglia) per proteggerli dalle termiti che nella notte potrebbero divorarli e ridurli in polvere. Le donne e i bambini dormono nelle tende, quattro o cinque per “giaciglio”, coprendosi con trapunte fatte a mano; gli uomini dormono all’aperto facendo i turni per vegliare gli animali.

Ho capito che a Sarood sono simpatico: questa notte sono di guardia! Anche se sono certo che ha detto ai suoi di vegliare anche su di me. Ma sono entusiasta lo stesso e lo ringrazio. Nel buio luminoso dell’India cerco di riconoscere le costellazioni; poi come sempre traccio linee tra le stelle a disegnare quello che mi pare.

 

6° giorno con i Rabari

La luce dell’alba in mezzo al niente della campagna si dirada obligua. La bruma mista ai tizzoni fumanti dei fuochi della notte avvolge tutte le cose. Il mattino è il momento più emozionante del viaggio perché non sai cosa ti porterà il giorno e tutto è ancora da fare, tutto è ancora in piedi. Ho fatto un ottimo lavoro: tutti gli animali sono insieme.

Scendo al lago per riprendere vita sparandomi addosso acqua gelida; Aamir, Sunil e Shipa mi sorridono: non c’è risveglio migliore che il sorriso bianchissimo di un indiano.

In sei giorni di viaggio avremo percorso più di 120 chilometri ma nessuno lo sa con esattezza. In India le distanze si contano in ore e in giorni, non in chilometri. La giornata fugge via veloce sotto le ruote dei carri, i cammelli masticano il tempo con quella lingua lunga lunga che non sta in bocca. I Rabari sono silenziosi, il Dang è un viaggio impegnativo. Bisogna stare attenti agli animali, alla strada, ci sono campi che si possono attraversare ed altri no, ci sono terreni a riposo ed altri appena seminati, segnali di altri Rabari che fanno intendere al capo spedizione come comportarsi. Sarood comunica con gli altri uomini a gesti e urla precise, tutti scattano sull’attenti e quando qualcuno sgarra lui non esita a distribuire mani grandi come badili sulla schiena.

La coperta lercia tra le ruote del carro è il premio che mi spetta: roti con zuppa di verdure, burro e spezie, una tazza di chai per vincere il freddo, il silenzio attorno al fuoco, una nenia salmodiosa che mi culla e mi stordisce fino a domani.

 

7° giorno con i Rabari

Oggi ci fermiamo al mercato di Lolada piccolo centro a ridosso del Little Rann of Kutch.

La carovana resta fuori città con le donne e i bambini; Sarood, Vishnoy, Jaivi, Phagu e Latchi si muovono con il carro sul quale salto anch’io. Il mercato di Lolada è un tripudio di umanità: banchi di verdure e frutta, arnesi per il lavoro dei campi, uomini che caricano carri trainati da cammelli, clacson di camion che ululano inferociti, venditori di succo di canna da zucchero con la loro macchina tritatutto, dentisti che espongono ponti e dentiere, cinghiali che masticano gomme di autotreno senza gonfiare Big Babol, indiani appollaiati all’indiana, imbonitori che vendono improbabili pelapatate primordiali, biciclette gonfie come mongolfiere cariche di stoffe colorate…

Sarood scende dal carro e scopre la nostra merce: centinaia di tessuti ricamati e decorati con specchi che subito richiamano l’attenzione delle donne del paese. Un capannello di qualche decina di persone si accalca attorno al carro; contrattazioni, offerte, scambi, baratti, tutto è ammesso anche se Sarood preferisce le Rupie.

Mi accorgo che anch’io, vestito da indiano, con turbante indiano, barba incolta e pelle chiara, sono l’attrazione del carro. Mi guardano e ridono. Sarood è molto orgoglioso di poter mostrare oltre ai suoi tessuti colorati un amico occidentale sul suo carro, e la mia faccia serve anche da esca per gli avventori.

È quasi sera, torniamo all’accampamento. Grandi affari oggi a Lolada, abbiamo venduto gran parte del nostro carico. Le donne sedute davanti al “forno” fatto di pietra, arrotolano, rigirano, battono, appiattiscono, roti di miglio.

Alcune capre pascolano attorno al fuoco rischiando di bruciarsi il muso. Dopo cena le donne ballano per la tribù facendo tintinnare i loro gioielli d’argento, poi anche gli uomini si uniscono a loro. Balliamo tutti per ringraziare gli dei di questa giornata che ci ha dato il giusto e ci stringiamo al poco… che è tanto.

 

8° giorno con i Rabari

Mastica e sputa. Ritmicamente. Ho imparato a lavarmi i denti con i bastoncini di Neem. Mastica e sputa per almeno mezz’ora. Il Neem è un albero sacro dalle indiscutibili proprietà mediche e gli indiani lo usano per disinfestare l’ambiente e per lavarsi i denti.

Siamo ormai nel Rann of Kutch. Comincia la parte più impegnativa del viaggio. La distesa infinita del deserto del Rann nasconde trappole che possono mettere a rischio la vita della carovana e tutti i mesi del Dang.

Le acque salmastre del periodo monsonico si sono ritirate lasciando un terreno desertico solitamente asciutto ma a tratti ancora fangoso. La tribù da qui in avanti proseguirà a rilento. Per attraversare il Little Rann of Kutch, due giorni potrebbero essere sufficienti ma tutto dipende dalle condizioni del tempo e della strada.

Sarood col suo hinglish rurale, misto di hindi e inglese, mi spiega la situazione: non può mettere a repentaglio la vita della carovana, delle bestie, del suo villaggio, del Dang, mettendomi in pericolo. Ci ha pensato bene. Dovesse succedermi qualcosa le autorità sarebbero durissime con lui e sarebbe una disgrazia per la sua famiglia e per la comunità del suo villaggio. Lo dice per il mio bene e per il bene di tutti. Devo prendermi le mie responsabilità e lasciare la carovana. È un colpo ma so che non posso discutere con lui.

Ho imparato che quando Sarood parla, e lo fa raramente, non è per esporre un problema ma per mostrare a tutti la soluzione del problema. Ho accettato di seguire i Rabari nel Dang e di essere totalmente dipendente da loro, devo accettare anche le loro decisioni.

È una sera di nuvole in cielo, neppure una stella a farmi compagnia dentro alla tristezza di un addio.

 

9° giorno con i Rabari

Mi sveglio prestissimo per cercare di vivere ancora le poche ore che mi restano con i Rabari. È una mattina più fredda del solito. Jaivi, una delle figlie di Sarood, mi offre chai caldo. Passeggio tra le capre avvolto nella mia coperta di lana, il sole spunta dalla linea piatta in fondo all’orizzonte. Radanphur non è lontana. Al primo trattore, camion, carretto, cammello, salterò su.

La carovana è pronta a partire. Saluto uomini enormi come statue. Namastè alle poche donne. Chandra mi abbraccia prima di salire sul nostro carro. Gli regalo il libro che mi ha portato qui, per il suo poco inglese.

Sarood mi dice che “Jaivi widdin febuari” (Jaivi si sposerà a febbraio) e che la sua casa è la casa dei loro amici.

Ci si incontra per fare un tratto di strada insieme, dividere roti e daal ma anche per imparare a dirsi addio serenamente: la separazione è un lutto che affranca e che rende più forti. Restano gli sguardi di notti passate insieme tra il freddo e il fuoco a cercare un brivido di umanità e tutto questo basta a rendere necessario esserci stato.

 

La carovana si muove. Urla di festa si uniscono al saluto: mai lasciarsi tristemente, il sorriso raddrizza tutto e la giornata è ancora lunga.

Volto le spalle e getto lo sguardo verso la strada. Nessuno all’orizzonte. Questa sera sarò a Radhanpur. Sarà sempre un matrimonio, quello di Jaivi, a riportarmi nel Rann of Kutch!